Dal quotidiano Il Tirreno del 14 luglio 2010
Tolleranza zero per la chiusura della casa natale di Giacomo Puccini. Il Comune si deve attivare per far riaprire il museo serrato da oltre 4 anni: a chiederlo è il senatore Andrea Marcucci, già sottosegretario ai beni culturali.
Marcucci spiega che “La casa natale di Giacomo Puccini ha già il marchio di patrimonio culturale europeo, un'iniziativa voluta dall'Unione Europea e che nel 2011 sarà estesa ai 27 paesi membri.Ora dobbiamo mettere a frutto questo riconoscimento, il Comune di Lucca non può più tollerare l'indsponibilità della casa museo del grande musicista.
L’attenzione di Marcucci verso la casa natale del Maestro –che avrebbe dovuto essere riaperta nel 2008, in concomitanza con i festeggiamenti per il 150° anniversario della nascita del compositore- è massima. Proprio il parlamentare infatti, da sottosegretario ai beni culturali durante il governo Prodi, istruì la domanda alla Commissione europea per ottenere il marchio sull’immobile, concesso proprio di recente. “"Il marchio di Bruxelles è molto importante perchè consente l'attivazione di finanziamenti su progetti specifici- spiega Marcucci - e mi auguro che la prima richiesta sia proprio finalizzata all'apertura di un museo nella casa di Corte San Lorenzo. La sua chiusura è un danno che non possiamo più permetterci, Lucca deve rafforzare il suo legame con Puccini con un percorso culturale e turistico e con un programma di eventi di qualità che non si limitino alla sola stagione estiva del Festival di Torre del Lago".
Solo 6 al momento i siti italiani che hanno ricevuto il marchio del Patrimonio culturale europeo: oltre alla casa natale di Puccini, anche quelle di Verdi, Rossini e Alcide De Gasperi, il Campidoglio a Roma e l'isola di Ventotene.
"Anche per quanto riguarda la predisposizione di un itinerario, gli Enti locali devono fare presto e bene- incita Marcucci- abbiamo il modello del circuito di Mozart, costruito sul percorso di viaggio del grande compositore.e la disponibilità di Gabriella Battaini Dragoni, direttore generale della cultura per il Consiglio d'Europa. Lucca deve puntare tutto sulla cultura, Puccini è la sua carta vincente ma non dimentichiamoci che abbiamo ancora tanti tesori non sfruttati, dal patrimonio dell'Accademia lucchese delle arti alle due tele del Guercino che giacciono praticamente non segnalate all'interno della chiesa di Santa Maria Bianca"
Dal quotidiano La Repubblica, 7 luglio 2010, pagina 10
Firenze- La strage di Viareggio del 29 giugno 2009 che ha provocato la morte di 32 persone sarebbe potuta accadere per gli stessi motivi altre 50 volte nel 2009. E 24 di questi potenziali incidenti sarebbero tati successivi a quello di Viareggio, sempre per perdita di carichi pericolosi.
E' la rivelazione più clamorosa contenuta nella relazione che il direttore dell'agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie Alberto Chiovelli ha consegnato alla commissione trasporti del Senato durante l'audizione dell'8 giugno scorso. Un documento di 114 pagine in cui si ricostruisce nei dettagli la dinamica del disastro 'avvenuto per il cedimento di un asse de primo carrello che ha fatto sviare e ribaltare il carro cisterna' da cui è uscito il Gpl esploso a contatto dell'aria. Ma che soprattutto rivela i risultati dell'indagine avviata dall'agenzia che ha imposto controlli a tutti i treni merci nazionali ed europei, circolanti sui binari italiani per 'individuare i carri utilizzati con assi rientranti di tre tipi, analoghi a quella che si è rotta a Viareggio". Si scopre così che ' altri 18 carri cisterna della Gatx' si trovavano nelle stesse condizioni di quello che ha causato la strage. E che nell'arco di soli 6 mesi , tra febbraio ed agosto 2009, il treno 51216 ha avuto 5 incidenti con fuoriuscita di gas per difetti alle strutture: il primo a febbraio a Roma Ostiense, poi ad aprile a Villa San Giovanni e a Orbetello e ancora ad agosto a Grosseto e a Villa San Giovanni.
"Perchè si è aspettato tanto a fermare quel treno che viaggiava per l'Italia come una bomba innescata?", chiede il senatore Andrea Marcucci (PD), impressionato dalla relazione di Chiovelli. "E' urgente fare chiarezza sulla tracciabilità delle operazioni di mautenzione e sul rispetto integrale delle disposizioni sulla velocità dei merci nelle stazioni, che non può superare i 60 chilometri orari" aggiunge Marcucci, che sulla questione annuncia un'interrogazione urgente al ministro Matteoli.
C'è un altro mistero nel rapporto dell'Agenzia: tra l'ottobre del 2009 e il febbraio del 2010 risultano 4 casi di perdite di merci pericolose alla stazione di Ventimiglia di treni provenienti dalla Francia, un fatto di cui nessuno finora aveva parlato. Sono stati invece riparati i 18 carri citerna difettosi: i tecnici hanno dovuto sostituire le 'sale montate', ossia l'insieme costituito dalle ruote e dall'asse corrispondenti del vagone. Proprio il meccanismo che si è spezzato quella notte del 29 giugno
Il Corriere Fiorentino, pagina 9, 2 giugno 2010, * di Andrea Marcucci
Un’ammenda al direttore della testata, la reclusione a 8 mesi di carcere per l’autore della campagna giornalistica. Tema dell’inchiesta: la denuncia di una "cricca" coinvolta in casi di corruzione legati alla compravendita di aree edificabili. La decisione dei giudici viene apertamente contestata ed un appello lanciato da un gruppo di intellettuali raccoglie in poche ore oltre mille firme ed è oggetto di un partecipatissimo convegno dal titolo inequivocabile: "Stampa in allarme".
Non è la cronaca della prima applicazione concreta del disegno di legge sulle intercettazioni attualmente all’esame del Parlamento, ma un fatto che risale al 1955. Nell’ ottobre di quell’anno Arrigo Benedetti- dopo aver lasciato in conflitto con il nuovo editore la direzione de L’Europeo- porta in edicola un nuovo settimanale, L’Espresso.
Nei primi numeri della rivista, esattamente l’11 dicembre, esce un’inchiesta giornalistica firmata da Manlio Cancogni sulla speculazione edilizia nella Capitale. Scrive il giornalista e scrittore versiliese: "A Roma, con il permesso per una casa a tre piani se ne può costruire una a nove. Ma la responsabilità politica riguarda la Giunta comunale, non i piccoli colpevoli che quando capita accettano grosse mance". Il titolo in prima pagina entrerà negli annali del giornalismo e non solo: "Capitale corrotta, Nazione infetta".
I responsabili della speculazione edilizia fanno causa al settimanale, in prima istanza i giornalisti vengono assolti, in appello la sentenza viene ribaltata: Benedetti viene condannato ad un’ammenda di 70 mila lire e Cancogni alla reclusione fino a 8 mesi. La decisione del tribunale di Roma viene contestata da oltre mille personalità tra giornalisti ed intellettuali che firmano un appello, che poi sarà nel 1958 alla base di un convegno sul tema "Stampa in allarme".
Come è intuibile, le analogie con la cronaca di oggi sono davvero impressionanti e rafforzano una convinzione di Piero Calamandrei: "sulla libertà bisogna sempre vigilare".
Anni dopo quella vicenda, Benedetti commentò con l’asciuttezza che gli era propria: "Inutile insistere, che in Italia si sia speculato sulle aree nessuno, nemmeno a Roma, oserebbe negarlo. Allora lo si negava".
Arrigo Benedetti era nato a Lucca nel 1910, nello stesso anno e nella stessa città di Mario Pannunzio, una relazione, un’amicizia che durò per tutta la vita e che ha attraversato la storia del giornalismo nel secondo dopoguerra.
Una lezione- la loro- che è ancora indispensabile: alla guida de L’Europeo e de L’Espresso Arrigo Bendetti, e de Il Mondo Mario Pannunzio, hanno esercitato la libertà di espressione, senza mai dimenticare la serietà e l’autorevolezza.
Il Tirreno, 1 giugno 2010, pagina spettacoli
La chitarra che Giuseppe Mazzini suonava con grande abilità, la carrozza di Giuseppe Garibaldi, il documento di resa ai francesi firmato dai capi della Costituente romana nel 1849. Perle del tesoro della Domus Mazziniana.
Che rischia di chiudere sotto i colpi della mannaia del governo.
Ieri dal testo dell’allegato alla manovra economica appena controfirmata da Giorgio Napolitano è stato stralciato l’elenco degli enti, delle fondazioni e degli istituti culturali, che sarebbero state colpite dai tagli.
La riduzione delle spese per la cultura è stata confermata, ma sarà il ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, a decidere chi dovrà pagare il conto della crisi.
Solo a Pisa oltre alla casa-museo di via Mazzini, tempio della cultura risorgimentale, nel mirino c’è anche un altro luogo sacro del sapere scientifico, la Domus Galileiana.
«I 150 anni dell’Unità d’Italia - dice il dottor Pietro Finelli, insegnante incaricato dal ministero di dirigere la Domus Mazziniana - con il 2011 ci dovevano portare, unico sito in Toscana, i finanziamenti per ristrutturare il museo e rilanciare la domus. Invece si parla di un taglio dei già esigui fondi che ne metterebbe in discussione la sopravvivenza».
Quanto costa oggi la gestione?
In questo momento nulla. Io sono un insegnante comandato dal ministero, con uno stipendio da insegnante. Fino al 2008 la Domus riceveva 35.000 euro l’anno, ma negli ultimi due anni non sono arrivati, e abbiamo tirato avanti con quel po’ di patrimonio della Domus che avevamo, e che ora è finito. I costi? Solo le spese vive, le bollette. Oltre a me c’è una tirocinante, e alcuni piccoli contratti di collaborazione per specifiche attività. Con 50.000 euro la Domus resta aperta.
In caso di ulteriori tagli, cosa succederebbe?
Rimarrebbero aperti museo e biblioteca, ma sparirebero tutte le attività di ricerca e promozione, non avremmo i soldi per pubblicare rivista e libri, niente aperture straordinarie, niente organizzazione di convegni. Se poi non mi fosse rinnovato il comando attuale, il che è una scelta indipendente dai tagli, allora la Domus Mazziniana non potrebbe che chiudere i battenti.
Da quanti anni è attiva?
La volle la famiglia Nathan-Rosselli nella casa dove il 10 marzo 1872 morì Mazzini; nel 1910 fu donata allo Stato e diventò monumento nazionale; rasa al suolo nel 1943 fu ricostruita nello stesso luogo per volontà del presidente Einaudi e inaugurata nel 1952. Il suo valore è quello di un luogo della memoria dell’Italia risorgimentale, democratica, repubblicana.
Cosa c’è oggi dentro la Domus?
Un centro di ricerca, un archivio, una biblioteca, un museo. Nel museo pezzi di importanza storica enorme, tanti oggetti appartenuti a Mazzini, i suoi ultimi scritti autografi, la collezione completa della rivista Giovine Italia. E ancora 40.000 volumi di cui moltissimi unici e 5000 testate di periodici storici del risorgimento, rarissimi. Poi l’archivio, oltre 100.000 pezzi con autografi di Mazzini e dei protagonisti del movimento mazziniano. C’è una parte siginificativa dell’archivio storico del Partito Repubblicano, compresi attività antifascista, guerra di Spagna e Resistenza, fino alla documentazione dell’insurrezione di Milano il 25 aprile 1945.
Di grande rilievo poi le attività di ricerca, in collaborazione con Università, Normale e Sant’Anna. Pubblichiamo una rivista semestrale e una collana di volumi di monografie, siamo il punto di riferimento per gli studiosi, e portiamo avanti un’intensa attività di collaborazione con le scuole per la storia del Risorgimento.
Non è poco. Ma quanti sono i visitatori?
Per il museo negli ultimissimi anni siamo passati da circa 500 a oltre 1000 visitatori l’anno, principalmente scolaresche ma anche molti turisti stranieri.
Sull’importanza della Domus Mazziniana alza la voce anche Andrea Marcucci, senatore e responsabile cultura per il PD della Toscana. «Erano stati previsti lavori di ristrutturazione - dice - invece si parla di tagli. Si tratta di una istituzione importante per la storia del Risorgimento e rappresenta il segno indelebile della presenza e dell’attività di Mazzini a Pisa. Il governo cambia idea ogni giorno ma ora al ministro Bondi chiediamo regole e criteri trasparenti e condivisi nella scelta delle istituzioni merivoli del finanziamento dello Stato. Tra di esse, andranno certamente previste le due Domus pisane».
L’alternativa per Marcucci, che ricorda anche il Museo della scienza di Firenze fra le strutture di primaria importanza che rischiano la chiusura, renderebbe il rimedio peggiore del male: «Altro che contributo al risanamento, la questione del taglio delle istituzioni culturali rischia di essere uno sperpero di denaro pubblico».
Ed Enrico Rossi, presidente della Regione, parla di «un misto di improvvisazione e incultura che spaventa. Queste scelte non si giustificano con il ritorno economico assolutamente irrisorio. E diffondere la tabella con le associazioni cui tagliare l’ossigeno senza accorgersi che fra queste ce ne sono moltissime di assoluto rilievo scientifico è qualcosa che neppure il peggiore nemico di questo governo poteva augurarsi».
Articolo pubblicato dal Corriere Fiorentino il 7 maggio 2010
La spedizione dei Mille, che partì proprio dallo scoglio di Quarto 150 anni fa, è considerata a ragione evento fondativo dell'Unità Italiana.
Come ha scritto Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera, "l'avventura di Garibaldi fu una delle pagine più straordinarie della storia europea dell'ottocento".
Quell'impresa regalò all'Italia l'unità dopo secoli di sudditanza al potere straniero, un'unità costruita dal basso a differenza di quanto successo in Francia o in Spagna e ancora un processo di sviluppo serio e articolato: il progetto di Cavour fatto di liberalismo, di modernizzazione, di laicità, di senso dello Stato.
Per questo penso che siano veramente gravi e lesive dell'identità di ciascun italiano le affermazioni del ministro Calderoli e più in generale le posizioni della Lega.
E' bene sgombrare il campo da eventuali polemiche sul ruolo del federalismo. A partire dalla figura di Carlo Cattaneo, iscritto suo malgrado oltre un secolo dopo al partito di Bossi.
Lo scrittore lombardo era prima di tutto convinto della necessità dell'Unità del Paese dalle Alpi alla Sicilia, oltre che essere un teorico della libertà e della difesa dei diritti dal basso.
Al ministro Calderoli vorrei inoltre ricordare il motto che gli Stati Uniti scelsero già nel 1776 e che avrebbe portato all'integrazione delle 13 colonie che portarono alla nascita del grande Stato: e pluribus unum, da molti uno.
Come presidente del Comitato Nazionale per il bicentenario di Garibaldi, ho potuto riscontrare in Italia e nel mondo l'enorme popolarità di cui ancora gode il protagonista della Spedizione dei Mille.
A lui, a Cavour, a tanti anonimi eroi dobbiamo un sistema politico costituzionale, l'istruzione pubblica gratuita, una pratica diffusa del libero mercato, un primo importante programma di infrastrutture. Per questo durante l'esperienza di sottosegretario ai beni culturali del Governo Prodi, con il Ministro Rutelli approvammo un piano ambizioso di interventi culturali e di opere pubbliche per celebrare l'Unità Italiana.
Dai nostri successori più nulla, fatta esclusione per le roboanti polemiche della Lega.
Basti pensare che quest'anno ricorre anche il bicentenario della nascita del grande statista piemontese, senza che il governo abbia ancora insediato il comitato nazionale per le celebrazioni.
Tra i tanti toscani meritoriamente ricordati nel bellissmo servizio del Corriere Fiorentino, vorrei ricorrdarne uno al quale sono particolarmente legato: il barghigiano Antonio Mordini. Egli fu ministro della Guerra e degli Esteri nel Governo Provvisorio Toscano, Prodittatore di Garibaldi in Sicilia, Vice-Presidente della Camera dei Deputati, Ministro dei Lavori Pubblici, Prefetto di Napoli e quattordici volte parlamentare
La storia del Risorgimento, le basi identitarie e culturali della nostra Patria, sono il frutto del sacrificio e del sangue di tante persone in carne ed ossa come Antonio Mordini, eroi che oggi non possono essere dimenticati dall'insostenibile posizione della Lega e dalle timidezze di un governo paralizzato dalle proprie contraddizioni.
Andrea Marcucci, presidente comitato nazionale bicentenario Garibaldi
La Stampa, pagina 2, 25 marzo 2010
Settimanale L'Espresso, 19 marzo 2010
Plauto direbbe che Berlusconi ha voluto fare il “miles gloriosus”, a Milano più simpaticamente il “ganassa”. A lanciare queste accuse contro il premier è il senatore del Pd Andrea Marcucci.
Motivo? Le presunte tombe fenicie rinvenute a Villa Certosa e vantate dal presidente del consiglio nelle registrazioni con Patrizia D’Addario. “Sotto qua abbiamo scoperto 30 tombe fenicie” dice Berlusconi alla escort. Dopo la pubblicazione dei colloqui Marcucci, ex sottosegretario ai Beni culturali, ha presentato un’interrogazione urgente al governo. Ora è arrivata la risposta del sottosegretario Francesco Giro. Le presunte tombe fenicie sarebbero “cocci quanto mai generici e comunque di scarsissimo rilievo archeologico”, riferisce Marcucci. Da qui l’epiteto di “ganassa”.
Tirreno 5 marzo 2010 pagina 10
Caro direttore, nel giorno del centenario della nascita di Mario Pannunzio, vorrei ricordare il suo “gemello” lucchese: Arrigo Benedetti, il giornalista che nel 900 ha rivoluzionato il mondo della carta stampata, creando e dirigendo due tra i più importanti settimanali del dopoguerra come L’Europeo e L’Espresso.
Sono tanti i motivi per ricordare Benedetti e per augurarci che la memoria della sua attività sia trasmessa ai giovani.Il primo è che con l’introduzione del rotocalco, cambiò definitivamente l’impostazione dei giornali.
Nel 1945 in un paese che aveva appena superato il trauma della guerra, con una schiera di colleghi che faranno la storia della professione come Tommaso Besozzi, Sandro De Feo, Oriana Fallaci, lanciò un settimanale che già dal nome - L’Europeo - indicava chiaramente la volontà di rinnovamento del panorama culturale italiano, dopo vent’anni di dittatura. Memorabile fu l’inchiesta sulla collusione tra la banda di Salvatore Giuliano e lo Stato.
La stessa tenacia, lo stesso coraggio, che Benedetti portò poi in via Po, per fondare e dirigere per 8 anni L’Espresso. Sotto la sua direzione, l’Italia scopre lo scandalo delle società immobiliari romane, che dette vita ad un titolo che fece epoca: “Capitale corrotta, nazione infetta”.
Diceva: “Per me il giornalismo è la lunga distrazione di cui sono prigioniero”, Benedetti fu infatti un prolifico scrittore, autore di romanzi malinconici, come “Il passo dei longobardi”, “Cos’è un figlio”, “Rosso al vento”.
Arrigo Benedetti è stato anche il maestro di un’intera generazione di grandi firme: Eugenio Scalfari, Gianni Corbi, Livio Zanetti, Nello Aiello.
Mi piace ricordare la lucidità politica del’liberale Benedetti. In un editoriale del 1959 scrisse: “Quando si vuole rappresentare un intero Paese, si deve rinunciare ai pregiudizi che ogni tanto si sostituiscono alle idee”, si riferiva al Partito Socialista alla vigilia del centro sinistra, lo stesso ammonimento, 50 anni dopo, vale integralmente anche per il Partito Democratico.
Infine ci sono altri due motivi, che mi inorgogliscono in modo particolare: Arrigo Bendetti - come l’amico e collega Mario Pannunzio - era un lucchese che ha sempre amato la sua città e che ad essa ha regalato le principali ambientazioni dei suoi romanzi. Infine l’archivio del grande giornalista, grazie all’allora sindaco Sereni, è conservato a Barga.
Per tutto questo credo che sia doveroso proporre agli enti locali, alla Regione Toscana e alla Provincia di Lucca, ma anche al suo quotidiano, che di quella grande tradizione è a tutti gli effetti erede, di organizzare degli appuntamenti celebrativi dei cento anni della nascita del giornalista (che ricorreranno proprio a giugno) che potrebbero culminare con un convegno da tenersi a Lucca nel corso dell’anno.
Negli ultimi giorni si è acceso un dibattito sulle pagine dei giornali toscani in merito alle primarie del 13 dicembre e sugli accordi tra i partiti per la formazione della prossima Giunta regionale.
Di seguito la mia risposta all’editoriale dell’amico Roberto Bernabò, direttore del Tirreno, pubblicata su Il Tirreno del 16 novembre
Caro direttore,
sarà - come lo ha definito - un argomento abusato, ma le preferenze furono abolite dal sistema elettorale nazionale a furor di popolo e additate come un esempio del malcostume imperante. Si può discutere sul ritorno a un sistema in cui la centralità del voto dei cittadini sia perfettamente identificabile: io, ad esempio, auspicherei il ritorno alle preferenze. Penso anche che la legge toscana che ha introdotto le primarie sia una buona legge. In primo luogo perchè se è una questione di “costo” delle regole democratiche, è indubbio che le primarie rigidamente regolate costano certamente molto meno della inevitabile guerra delle preferenze. Poi perchè sono il terreno più agevole affinchè un “David” possa nuovamente affermarsi: i casi di Firenze con Matteo Renzi, di Massa con Roberto Pucci, di Prato con Massimo Carlesi, sono solo gli ultimi esempi. In terzo luogo perché il radicamento territoriale e il consenso degli elettori restano l’unico antidoto possibile a quelli che il Tirreno ha definito «accordicchi». I candidati, che nelle primarie del 13 dicembre raccoglieranno più voti, consentiranno l’elezione di consiglieri regionali conosciuti e apprezzati dai cittadini. Non quindi peones, lontani dai problemi della gente ed avvertiti indistintamente come “ceto politico”. Ultimo ma non per importanza, dalle primarie emergeranno nomi che il futuro governatore, nella sua libertà, potrà tenere in considerazione come possibili assessori di una Giunta, fortemente radicata territorialmente e quindi vicina alle esigenze degli elettori.
Dal quotidiano Il Tirreno pagina 5, 11 ottobre 2009
Saranno duemila, forse anche di più. In ogni caso siamo davanti ad un numero talmente alto di cattedre in bilico che, se non verranno presi provvedimenti, si mette a rischio il regolare funzionamento dell’anno scolastico in Toscana.
Non è certamente un bel weekend quello che sta trascorrendo il ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini che si trova a dover risolvere il nodo dei precari e del loro inserimento con i punteggi “a pettine” invece che “in coda” alle graduatorie per l’assegnazione degli incarichi. Una situazione a dir poco esplosiva (a livello nazionale, come spieghiamo in altra parte della pagina, potrebbe coinvolgere fino a 150mila insegnanti), la cui pericolosità era già stata denunciata nei giorni scorsi da Andrea Marcucci, senatore toscano eletto nelle liste del Partito democratico e segretario, a palazzo Madama, della Commissione per i beni culturali e la pubblica istruzione.
«Insomma, scuola nel caos e migliaia di supplenze a rischio per il ribaltamento delle graduatorie - spiega Marcucci che per la prossima settimana ha chiesto un incontro urgente con la Gelmini -, ma questo è soltanto l’ultima dimostrazione dell’improvvida gestione di questo ministro. Nella nostra regione il combinato disposto delle ordinanze del Consiglio di Stato e del Tar del Lazio rischia di produrre il blocco della didattica: l’inserimento “a pettine” dei candidati nelle liste degli Uffici scolastici provinciali riapre di fatto l’assegnazione delle supplenze annuali ed anche quelle per lunghi periodi come malattie o maternità. Da tenere presente che le nomine fatte ad agosto nella regione sono oltre 2mila, ma in più vanno aggiunti anche gli incarichi assegnati nei giorni scorsi». «Insomma - conclude Marcucci - si profila un vero e proprio terremoto che ha creato lo stesso ministero dell’istruzione dando vita ad una gestione superficiale delle graduatorie dei precari. Una situazione che rischia di condizionare le lezioni con una sequela infinita di ricorsi e controricorsi».
«Guerra tra poveri» è invece la definizione che usa Raffaello Biancalani, segretario regionale della Flc-Cgil, uno dei più importanti sindacati dei lavoratori della scuola. «Per capire la situazione - spiega - bisogna tornare a quando il governo Prodi, due anni fa, decise di congelare le graduatorie dei precari prevedendone l’esaurimento. In quell’occasione fu anche deciso di accettare con riserva le domande di chi stava frequentando i corsi per ottenere l’abilitazione e di stabilire in un anno e mezzo il tempo per elaborare nuovi criteri di reclutamento. Il governo però è caduto e le università, nel frattempo, hanno continuato a sfornare docenti abilitati con la speranza di forzare la mano al ministro. A quel punto, la Gelmini ci ha messo del suo creando le “code”, un’idea esposta a ricorsi di ogni tipo. Cosa accadrà adesso? Direi che tocca al ministro superare questo pasticcio, altrimenti sarà il caos dappertutto, Toscana compresa, con una serie infinita di ricorsi e controricorsi. Credo comunque che questo potrebbe riguardare più il prossimo anno scolastico che quello attuale, visto che ci si potrebbe appellare al fatto che le lezioni sono già iniziate». (Stefano Bartoli)